domenica 15 marzo 2020

Siamo in guerra!

Allo scoccare del secolo esatto, quando le ultime due cifre dell’anno segnano 20, pare si manifesti una delle tante calamità naturali che segna profondamente la popolazione mondiale nel corpo e nello spirito.
È questa la profezia che sembra accompagnare la nostra storia, quella già studiata sui libri di scuola e quella invece che deve essere ancora scritta e studiata da chi ci seguirà.
Gli amanti del complottismo hanno ricamato su questa notizia che pare porti il titolo “La maledizione del ‘20”, indicante la coincidenza puntuale del diffondersi cadenzato di una pandemia.
Nel 1720 la peste colpì duramente la Francia, in particolare Marsiglia, città portuale nella quale attraccò la Grand Saint Antoine, la nave proveniente dalla Siria che trasportava non solo stoffe e cotone, ma anche la peste. Inevitabilmente la malattia si diffuse in poco tempo, decimando più di un quarto della popolazione. Anche allora non si capì dal principio si trattasse di peste in quanto i primi deceduti dell’equipaggio, nove per la precisione, non mostravano evidenti sintomi di contagio, quindi, distrattamente, si pensò che i soggetti non avessero sopportato l’estenuante viaggio intrapreso.
Nel 1820 fu la volta del colera, la malattia che molti definirono “della rivoluzione industriale”. Questo perchè la prima rivoluzione industriale aveva favorito lo sviluppo della navigazione a vapore, una rete ferroviaria sempre più fitta, un maggior numero di mezzi di trasporto sia marittimi che terrestri favorendo la circolazione di uomini, di idee, di mentalità ma anche di malattie.
Ed infine, tra il 1918 e il 1920, dilagò l’influenza spagnola, detta anche Grande influenza o epidemia spagnola, una vera e propria pandemia influenzale che uccise decine di milioni di persone nel mondo. Si trattò di una semplice influenza che si diffuse rapidamente attraverso i massicci spostamenti delle truppe impegnate nel conflitto mondiale. Già allora si era coscienti del fatto che quando una persona infetta starnutisce o tossisce, più di mezzo milione di particelle virali possono essere diffusi nelle vicinanze. Pertanto gli alloggi sopraffollati e gli inevitabili spostamenti dei soldati accelerarono la diffusione della pandemia e probabilmente anche la mutazione del virus.
Certamente gli studiosi hanno anche tenuto in stretta considerazione che il sistema immunitario dei soldati fosse già compromesso a causa della malnutrizione, dello stress e della paura dei combattimenti.
Leggendo questo stralcio di storia non posso fare a meno che notare le tante similitudini con l’epoca attuale. Certo sono cambiati gli scenari e i soggetti in quanto non si parla più di soldati in movimento; ma se per un attimo sostituiamo i soldati con le milioni di persone che giornalmente si muovono all’interno del territorio nazionale e non, per motivi di lavoro, di famiglia, di salute, o di semplice svago; e se aggiungiamo a questi i fattori descritti quali lo stress, la malnutrizione intesa come male- nutrizione e la paura che ciascuno di noi sviluppa nei confronti di qualche argomento particolare, non vi sembra di stare parlando dell’attuale 2020?
Siamo in guerra! Una guerra silente, priva di bombardamenti, ma con assordanti colpi di tosse che fanno tremare le gambe.
Siamo in guerra e il nostro nemico si chiama COVID-19. Ogni giorno intorno alle 18:00 giunge puntuale il bollettino di guerra della protezione civile con l’aggiornamento del numero di casi in aumento, dei numeri di decessi, dei guariti a distanza di tempo.
La sanità funziona a rilento perchè la malattia dilaga troppo in fretta; la migliore del mondo quella italiana, dicono, ma quando i posti i letti non sono garantiti per tutti gli ammalati allora come si fa a garantirne la qualità!
Siamo in guerra e molte famiglie aspettano i propri familiari dal fronte, un fronte attualmente troppo lontano, dal quale non poter scappare. Si va ma chissà quando e se si ritornerà.
Io ho una mamma e una sorella fuori dalla fortezza. Sono al nord per motivi di lavoro e li devono rimanere, non solo a seguito del decreto, ma perché dal punto di vista civico è giusto cosi.
E quindi rimaniamo in guerra ciascuno al proprio fronte di combattimento, senza sostenerci. Per fortuna esistono i nuovi mezzi di comunicazione e possiamo continuare a vederci a sentirci, a restare in contatto per incoraggiarci e aiutarci anche se a distanza.
Mia sorella in prima linea per il suo lavoro da infermiera; mia mamma invece a casa a tessere le fila di quelle scarpette di lana che solo lei sa fare all’uncinetto nell’attesa che tutto passi, silenziosamente così come è venuto, allontanandosi e lasciando il nostro paese una volta per tutte per riprendere i quotidiani ritmi. Come Penelope ad ogni punto da intrecciare il suo umore cambia perché i pensieri pervadono la mente e lentamente ti divorano fino a quando pensi di impazzire.
Le notizie diventano sempre più assillanti e pensanti, soprattutto dal punto di vista psicologico e dell’umore inevitabilmente. Ho sempre considerato il virus lontano da me e dalla mia fortezza ,inespugnabile come il simbolo di Chiaramonte sul Lago, il Castello.
Eppure adesso riesco quasi ad avvertire il suo arrivo il suo arrivo, il suo passo felpato come il trotto di un cavallo, anzi tanti cavalli. Ne avverto le vibrazioni e ad ogni colpo, che in questo caso è un sintomo anche lontano, tremo!
Siamo soli, chiusi nelle case senza contatti con il mondo esterno. Non possiamo nemmeno chiamare Dio perché le chiese restano chiuse e anche Dio sembra non avere il lascia passare per la Terra, anche Lui resta in isolamento, monitorando la situazione dell’alto.
Ciascuno prega, individualmente,  modo proprio: c’è chi prega Dio, chi il proprio santo protettore, chi la scienza affinchè la malattia possa arrestarsi in un modo o nell’altro. Si attende un vaccino, una spiegazione ad una epidemia che sta diventando un’arma di sterminio mondiale, situazione alquanto simile alla trama di “Inferno” di Dan Brown.
L’Italia è dichiarata “zona rossa”. Isolata, sola, in ginocchio economicamente. La gente rinchiusa nelle case è frustata dal punto di vista psicologico. Ma è giusto cosi. 
“Rimaniamo tutti distanti oggi per riabbracciarci domani”.  Andrà tutto bene! Non possiamo morire, non dobbiamo e per adesso non è nemmeno il caso dal momento che sono banditi tutti i riti religiosi, anche i funerali…Ho paura ma non posso cedere perché io “Voglio morire in Piazza Grande”.



mercoledì 18 settembre 2019

Essere Elisabetta


Essere Elisabetta è il nuovo mood del momento. Essere Elisabetta come la regina d'Inghilterra, invidiabile certamente per la sua regalità e certamente per la sua invidiabile longevità.
Chi ha visto il film dedicato alla matriarca non ha potuto che apprezzare il carattere di questa donna, interpretata magistralmente da una Claire Foy perfettamente calata nel personaggio: una forza tale da farla apparire una lastra di ghiaccio, impenetrabile, infrangibile, ma allo stesso tempo fragile e talvolta insicura, tratti tipici di ogni donna, di quelle che piangono sotto la doccia per confondere le proprie lacrime con lo scorrere dell'acqua corrente; di quelle che nonostante distrutte da una vita troppo ardua appaiono come rose appena colte, di un colore rosso ciliegia per via del loro rossetto acceso, quasi a voler essere una armatura perfetta e illesa o forse una corazza che decanta le loro vittorie, la loro supremazia sul male del mondo, della società e forse anche dell'uomo con cui condividono il letto nuziale!
Ma nella nuova epoca “c'è una nuova regina in città” per dirla con una celebre frasi di un qualche film. “Un fiore nato dal letame”, sempre per utilizzare una nota canzone, e non una metafora in senso dispregiativo o negativo, ma una frase per indicare una donna che ha usato gli attributi, ma ancor prima la testa, che ha creato il suo impero dal nulla e adesso lo ama e per questo prospera.
Lei è Elisabetta Franchi e per chi non la conoscesse (dubito fortemente) è una delle stiliste italiane più apprezzate nel campo della moda. Una tipetta niente male che ho avuto modo di attenzionare grazie all'uso dei social media e in particolare di instagram, il mezzo che lei utilizza “ovunquemente” e “comunquemente”.
Se vuoi conoscere la signora Franchi basta seguire le sue storie e lei ti ingloberà nella sua vita facendoti sognare ad occhi aperti, rendendoti parte integrante di quel sogno che in verità è la sua vita reale e condividendo con te ogni singolo pensiero, sentimento e azione.
Certe volte scherzando, parlando con le mie amiche la definisco la mia amica Betta perchè in fondo è come se mi sentissi facenti parte della sua vita.
Quando sono giù di morale per una qualche banale motivazione la penso e quasi sovrappensiero apro Instagram e clicco sulle sue storie perchè sono certa che mi strapperà un altro sorriso con il suo modo di parlare, quel buffo ma raffinato accento bolognese, con il suo modo di ballare e cantare in giro per le stanza della sua #houselacontadina.
Ammiro davvero il suo modo di vivere e non tanto per le decine di migliaia di euro che le consentono una vita agiata e senza pensieri su yacht da capogiro o suite d'albergo di chissà quanti zeri! No.... la ammirò per il suo modo di essere e non di presentarsi alle persone che sono due cose giacenti ai poli opposti.Sicura di se, per certi versi sfacciata, maschiaccio ma elegante e sognatrice, giovane ma con esperienza, simpatica, pazzerella ma con la testa sulle spalle, una gran bella testa.
E ancora... la sua vivacità, la positività del suo pensiero e delle sue azioni; il modo di godersi la vita come se avesse sempre un'età adolescenziale.
La guardo e penso: caspita noi giovani non riusciamo a goderci un briciolo di vita cosi come ci si presenta. Sempre insoddisfatti, alla ricerca dell'esilarante attraverso droghe, alcool, vizi perversi, idee di depravazione, stupri.
Noi giovani che fingiamo di essere poeti maledetti la cui vita è stata colpita da chissà quale male incurabile, quando i nostri unici problemi sono scegliere quale jeans indossare. Noi perseguitati da chissà quale sfiga o malocchio senza renderci conto che i veri sfigati siamo sempre noi, poveri di intelletto a credere in queste mere superstizioni.
Noi che non sappiamo appassionarci a nulla se non ad un videogioco, rigorosamente violento e brutale, o alle sole partite di calcio, invidiando costantemente quegli uomini che rincorrono il pallone per la conduzione della loro vita, per la fama e per questo pensiamo bene di scaraventare la propria frustrazione attraverso uno stupido gioco chiamato Fantalcalcio in cui possiamo finalmente ergerci quali allenatori ufficiali dei giocatori, decidendo se farli giocare o lasciarli in panchina. Eppure di emularli non se ne parla proprio; di lasciare il letto, il divano e la routine per praticare uno sport, per dedicarci al nostro corpo... no per quello non c'è mai del tempo!
Betta invece trova il tempo per fare tutto questo. La sua giornata comincia presto, o meglio presto per i ritmi dei giovani abituati a lasciare il letto alle ore “mezzogiorno”!
Lei inizia alle 7:00 circa dedicandosi delle ore per il benessere psico-fisico. Cammina, suda, e lo fa con il sorriso perennemente sulle labbra, felice per quella fatica, felice per se stessa.
Doccia e via al lavoro nel suo meraviglioso quartiere dove ciascuno la venera come una dea. Effettivamente mi sono chiesta se qualcuno possa non sopportarla, in alcune giornate, perchè ho come l'impressione che la signora Franchi sia una maniaca della perfezione, del tutto in ordine, una dittatrice democratica. Ma chissà... questo resta solamente un dubbio amletico!
Un giorno andai sul sito del marchio in verità per mandare un cv per una qualche collaborazione (anche addetta all'aspirapolvere mi sarebbe andato bene) ma purtroppo le posizioni aperte riguardavano solamente addette al cucito, sarte e simili e data la mia esperienza con ago e filo in mano pari a zero o comunque limitata a qualche punto dato (malamente) per recuperare qualche calzino bucato, ho lasciato perdere la mia ricerca e mi sono soffermata sul sito di Betta.
Prima la sua storia, poi gli abiti. Gli occhi ad un tratto presero la forma di cuori scintillanti a dir poco sognanti.
I suoi abiti sono una delizia per gli occhi. I colori, i modelli, gli abbinamenti. Una moda alla portata di tutti con abiti per ogni occasione, una moda elegante e mai volgare, a volte sobria ca volte con qualche colore troppo “sgargiante” per i miei gusti, ma pur sempre gradevoli alla vista.
Sfumature, modelli, accessori. Era tutto meravigliosamente perfetto!
La magia svanì poco per volta dapprima quando comparvero i prezzi, a dir poco inaccessibili per una disoccupata come me, la classica trentenne che dopo aver trascorso una vita sui libri si ritrova ad una età ormai da marito e figli con una occupazione occasionale, in nero e con un salario che di certo non può permetterle un abito di Elisabetta Franchi!
Ma quei pantaloni blu a vita alta erano la fine del mondo: blu notte, un blu perfetto, modello a caviglia; mi sentivo già dentro quei pantaloni che tra l'altro erano anche in saldo, ma purtroppo la taglia ultima concepita dagli stilisti è la 48. Troppo rischioso ordinare su internet una 48 di un modello di un tessuto e di un marchio di cui non si conosce nulla se non la stemma.
E in quel momento avrei voluto scrivere una lettera a Betta.
Cara Betta, mia amica di Instragram, non tutte noi donne siamo cosi perfettamente conservate come te e la regina; non tutte possiamo permetterci un corpo statuario anche dopo due gravidanze, non tutte abbiamo quello stocco di coscia che ti ritrovi.
Perchè non ti soffermi un attimo a pensare anche a noi curvy, con una linea dedicata a noi che seppur con qualche kg in più amiamo la moda, il vestire bene e vogliamo essere come le altre, come quegli stuzzicadenti che in spiaggia ci guardano a mo' di radiografia, che però ci invidiano il seno prosperoso e il sorriso smagliante, perché noi curvy siamo tutte sorridenti e solari.
Cara Betta io mi sottoporrei volentieri alla tua indiscutibile scelta di moda: potrei farti da cavia, non da modella perché non mi permetterei mai di definirmi tale, ma potrei prestare il corpo per una giusta causa, quella delle curve, la giusta causa contro l'anoressia, contro un mondo infelice a causa dell'emulazione di miti alti 1,70 m e taglia 38, dal girovita da vespa.
Potrei essere quella giusta causa contro l'infelicità di tutte quelle ragazze che in leggero sovrappeso, stanchi delle derisioni dei bulli, ma soprattutto delle bulle, tentano, alle volte “con successo”, il suicidio, perché il peso della vergogna è maggiore di quello segnato dalla bilancia, perché svegliarsi tutte le mattine e dover andare a scuola ad affrontare nomi come “signora prosciuttona”, “mongolfiera” non sempre è semplice e non sempre si ha la forza di rimettersi in piedi.
Ecco cara Betta cosa avrei voluto scriverti dopo l'umiliazione della taglia 48.
Quindi se non ci hai ancora pensato dedicati alle curvy, almeno fino alla taglia 50-52, e il tuo nome sarà rappresentato da donne belle, forti, solari, femminili, eleganti e non volgari, ma in carne!

domenica 29 luglio 2018

MAYDAY MAYDAY… LO SCHIANTO CON L’EVEREST E’ VICINO


La situazione sta precipitando…. Sto perdendo quota come un aereo con un guasto al motore. Il mio guasto si trova infatti al centro della gabbia toracica e porta con se un rumore fastidioso alla testa, nella scatola cranica…come se la scatola nera di quell’aereo parlasse.
Io sono il pilota di quell’aereo messo male. Fortunatamente non ho passeggeri a bordo, o forse indirettamente ne ho molti tra parenti e amici. Sono da sola e mi sto andando a schiantare contro l’Everest. Da un lato ci sono attimi in cui provo l’ebrezza della morta, l’adrenalina di dire vado via da questo mondo infame che altro non porta che dolore…io muoio… adesso soffrite voi!
Dall’altro guardo quel muro che si avvicina sempre più al muso del mio aereo e ho paura, perché non sono pronta a morire, non so com’è.
Questo volo sta durando una eternità. E ogni attimo è buono per vedere passare la mia vita davanti. Vorrei solamente che qualcuno della cabina di controllo fosse qui al mio posto, qualcuno mi esperto di me o con due palle più grandi delle mie. Qualunque scelta porterà alla morte, qualunque scelta sarà errata, qualunque mia decisione sarà rimessa al giudizio di una squadra di esperti che apriranno un fascicolo sulla mia vita, sulla mia professionalità, su di me… alle volte dico “Chi se ne frega! Tanto io sarò morto!”, però allo stesso tempo si alimenta in me quella speranza di sopravvivere in un modo o nell’altro e la preoccupazione di quel fascicolo è talmente tanta che la speranza termina improvvisamente.
Che esempio posso essere io per i piloti ancora in erba? Cosi fragile, così indecisa, così poco esperta nonostante 26 anni di pilotaggio. Nessuno! O forse… l’esempio da non seguire… quello sbagliato sulla base del quale è necessario prendere le distanze e adottare piani differenti, per non commettere gli stessi errori. In fin dai conti, sotto questo punto di vista potrei essere ugualmente un esempio!
E nei confronti dei miei superiori, che hanno cercato di darmi lezioni di volo senza mai tralasciare un minimo dettaglio, alzandosi presto la mattina per studiare un addestramento degno di rispetto, che hanno sacrificato molte delle proprie ore libere per insegnare proprio a me alcune tecniche fondamentali di sopravvivenza, che figura sto facendo? Li sto deludendo certamente… li sto facendo pentire di aver messo in campo un pilota fallito come me, un pilota privo di palle che non riesce a decidere tra la vita e la morte… eppure…. Quella morte è cosi affasciante da togliere il fiato. Mi è capitato di parlare con la morte… e tra le sue parole stavo bene. Mi parla di un mondo privo di sofferenza, tra le braccia di qualcuno di più grande del terreno; di un mondo in cui qualunque decisione non tangerà a nessuno perché tanto non potrai più far del male a nessuno. Mi parla di un cambiamento che affascina, anche se non ne conosco i motivi fino in fondo perché se rifletto qualche secondo con lucidità la morte ha seminato del male. Ha fatto versare lacrime, diffuso disperazione e solitudine; ha aperto ferite che non si rimargineranno facilmente.
Eppure… mi piace!
Morire vuol dire fare le valigie ed essere rifiutata dalla società che non accetta il tuo schianto, forse l’ennesimo, perché non è la prima situazione analoga! Vuol dire essere considerata una suicida del corpo e dell’anima; un pilota privo di dignità che non merita rispetto per l’aver scelto di morire, pur capendo che lo schianto era vicino.  Un pilota che non merita di riceve asilo nella mente di nessuno, nel cuore di nessuno, perché in fondo il parere della repulsione è univoco e comune.
I minuti passano scanditi dal ticchettio dell’orologio che porto al polso…. Tic tac…. Tic tac…. Sta scadendo il tuo tempo… Tic tac…. Devi prendere una decisione. L’Everest è proprio di fronte a te… devi scegliere tra morire e vivere, devi scegliere tra il bene e il male.
Ho una idea: mi butto dall’aereo… abbandono l’aereo e mi tuffo nel vuoto…. O volere o volare morirò comunque!


martedì 22 maggio 2018

"Senza il dono non c'è l'altro, senza l'altro non c'è identità"



Sto leggendo un libro e pagina dopo pagina il mio respiro cambia velocemente il suo ritmo passando da regolare, a tratti lento, a molto oscillante, eccessivamente rapido.
Ogni frase avvolge la mia mente e incanta la mia anima e con la matita sempre a portata di mano sottolineo prima una riga, poi un’altra e un’altra ancora e ad ogni tratto mi soffermo con gli occhi rivolti nel vuoto e penso che quelle parole siano la realtà, la mia realtà.
Non è un romanzo ne un libro di qualsivoglia genere; è un libro di vita nato con scopi didattici che a mio parere dovrebbe essere sottoposto alla lettura di ciascuno di noi perché incarna l’essere, anzi l’essenza di ogni uomo.
I temi affrontati sono i più svariati, gli stessi che nell’arco di vita ciascuno di noi è chiamato a svolgere in maniera più o meno consapevole, o comunque con più o meno difficoltà.
L’amore, l’eterna ricerca della felicità, la schiavitù dalla tecnologia: tutto trattato con un taglio concreto, reale, tangibile come se potessimo toccarlo allungando un solo dito. Un continuo sussurrare frasi come “è esattamente cosi”… “è esattamente ciò che sta succedendo a me o ad una amica o una conoscente”.
Un libro moderno, contemporaneo ma anche ricco di una componente del passato, con un velo prettamente nostalgico di riferimenti ai valori tradizioni, quelli che molti considerano passati o obsoleti, come la famiglia, i valori, la tradizione in sé e per sé.
I miei occhi brillano ad ogni singola riga e il cuore sobbalza ad ogni verità recondita che la luce della quotidianità cela abilmente.
L’identità per esempio… cos’è l’identità? È tutto ma può anche non significare niente.
Abbiamo riflettuto mai sul fatto che ciascuno di noi oggi ha difficoltà a dipingere una propria identità?  “Le identità sono vestiti da indossare e mostrare, non da mettere da parte e tenere al sicuro” si legge. Scatta in me di conseguenza la fatidica domanda personale che analizza me e me nel contesto in cui vivo. Chi sono io? Sono sempre la stessa donna in ogni circostanza o la mia identità varia ad ogni rintocco del cambiamento o dell’avvenimento?!
Chi siamo noi, giovani impauriti da un futuro “che non è più una promessa ma una minaccia, che ha creato un’impossibilità di progettare e dare un senso di continuità a ciò che invece dovrebbe avercelo, come la nostra identità”.
Una società bloccata dalla paura che genera ansia e dalla quale a sua volta scaturiscono sentimenti paranoici e in questa nuvola di angoscia, fobia e paura di un pericolo imminente “diventiamo sospettosi di amici ed inevitabilmente di nemici”, viviamo un legame in maniera patologica, perseguitati e non amati dall’altro.
E ancora una società di giovani privi di speranza, dominata da un individualismo becero e serrato, dal “comunitarismo tribale” e come indigeni avidi di potere cerchiamo di accentuare il nostro Io, di creare un mondo fatto di soli IO, anche incorrendo nella solitudine dal momento che nessuno esiste per l’altro.
Diciamo continuamente di non avere tempo; tempo per andare a trovare i nostri genitori, tempo per andare a trovare gli anziani nonni, tempo da dedicare alla cura delle persone, eppure trascorriamo tantissimo tempo a chattare su siti online o sui social network. Ci alziamo la mattina con il pensiero di scorrere le bacheche virtuali assetati dalla voglia di sapere cosa sia successo nelle ore notturne, e ignari dello scorrere del tempo facciamo tardi al lavoro, a scuola, ad una riunione, perdiamo il treno o magari corriamo come forsennati con l’auto per riuscire a prendere quell’unica coincidenza che ci farebbe arrivare in orario al nostro appuntamento. E non riusciamo neppure ad addormentarci senza dare un’ultima occhiata ai social, possibilmente augurando la buonanotte a qualche amica/o virtuale o lasciando qualche apprezzamento che faccia breccia nei sogni del destinatario. E possibilmente qualche istante prima ci eravamo allontanati frettolosamente dagli amici o dalla famiglia,  dir poco scappando, con la furia di addormentarsi in orario per godere delle necessarie ore di sonno.
La parola d’ordine della nostra vita è diventata connessione; internet è il luogo dove ormai trascorriamo la nostra vita senza più distinguere il virtuale dal reale; in tal senso ci disorientiamo e non riusciamo a gerarchizzare, ad attribuire la giusta priorità alle differenti finestre di opportunità che si aprono davanti ai nostri occhi.
E l’amore allora? Non ha alcuna speranza?
Si, il suo destino è a dir poco segnato. L’uomo è ormai privo di sentimenti che ha facilmente sostituito con la ricerca spasmodica del piacere infinito fatto di corpi statuari debitamente scolpiti dalla chirurgia estetica, di sesso privo di regole e certamente di sentimento.
“Solo quando l’amore sarà considerato come un dono , l’uomo potrà dare un senso alla propria esistenza”, cosi cita il libro. Il dono ha come fine l'uomo, non si serve dell'uomo. Il dono scardina l'Io dando un senso all'altro... Nel dono si comincia a sentire il respiro dell'altro e tutto diventa ciò che normalmente non è. Senza il dono non c'è l'altro, senza l'altro non c'è identità ".

giovedì 26 aprile 2018

Noi ...D'Annunzi di oggi!


Nel 18…e qualcosa, in Inghilterra, la regina Victoria ha conosciuto il vero amore, quello che viene narrato ad ogni bambina leggendole una favola.
Una giovane donna, regina al trono, forte e decisa alla guida di una nazione che incontra per caso un giovane altrettanto bello e forte, nonché erede al trono di un’altra nazione, di cui se ne innamora già al primo sguardo per i modi di fare, per l’imbarazzo che si crea, per i discorsi dolci e senza uno specifico doppio senso.
Altrettanto forte come moglie e madre, emblema di donne come poche, ispiratrice di una intera generazione di Milady che purtroppo non ha avuto le stesse fans all’epoca di Facebook e Instagram.
Dopo di lei, Elisabetta, stessa tenacia, uguale carattere, uguale forza. Credo fermamente che l’Inghilterra debba il suo splendore proprio alle due regnanti più longeve delle storia, alla loro potenza e fermezza, alla loro grandezza.
Entrambe hanno conosciuto il vero amore, quello che toglie il fiato ad ogni respiro, quello che uccide piacevolmente ad ogni sguardo, quello che lacera con petali di rose il cuore ad ogni singola parola; l’amore che riempie il cuore, gli occhi, le labbra. L’amore come comprensione, sopportazione silenziosa, stima, elogio, felicità, fedeltà, ma soprattutto complicità e affetto.
Un amore dunque che oggi è solo lontanamente pensabile in qualsiasi coppia che si definisca tale.
Siamo tornati in un’epoca in cui è l’edonismo a far da padrone: siamo tutti un po’ dei “D’Annunzi” che pensano a soddisfare e placare il proprio piacere, qualunque esso sia; ciascuno impegnato nella propria battaglia della popolarità, quella dell’IO sopra ogni cosa, quella dell’IO migliore di qualunque cosa.
Siamo talmente occupati ad amare noi stessi, ciascuno a proprio modo, che ci dimentichiamo della persona che abbiamo al nostro fianco, la stessa persona che abbiamo “scelto” per la naturale indole del o al completamento.
È infatti la natura a spingerci verso il sesso opposto come se fossimo dotati di cariche opposte che per la fisica inevitabilmente si attraggono. Ci uniamo per inerzia, per abitudine forse, o semplicemente per seguire la natura, l’indole, l’istinto.
Una volta il comportamento dell’uomo era giustificato dall’appellativo primitivo, privo di qualunque tipo di razionalità. Studi scientifici hanno poi dimostrato che l’uomo è in realtà dotato di quella razionalità, di una intelligenza in grado di discernere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, il vero dal falso.
In realtà credo che questa intelligenza sia solamente il frutto del caso: i ricercatori probabilmente si saranno trovati al posto giusto nel momento giusto, esattamente nell’istante in cui il caso ha voluto che l’uomo si comportasse in un determinato modo; in caso contrario non si spiegherebbe il perché gli uomini commettano degli errori. Dove era in quell’esatto momento l’intelligenza?
È pertanto corretto pensare che l’intelligenza funzioni solamente due volte su  mentre per tutte le altre volte il meccanismo si inceppi vergognosamente?
L’istinto è allora quello di pensare a noi stessi, pur sempre con una persona al nostro fianco: si spiegherebbe cosi il perché ai buffet si vada in compagnia ma ciascuno pensi a riempire il proprio di piatto o il perché si pensi prima a sfamare noi stessi e, solo in un secondo momento, FORSE, il proprio partner.
Ciò che mi risulta estremamente alieno è invece il rapporto madre- figlio in cui, nella maggior parte dei casi, l’egoismo è al quanto assente o inverso.
La madre pensa prima ai fabbisogni dei figli, e solo dopo al proprio.
L’egoismo è in senso inverso: dal figlio verso la madre e lo si dimostra inconsciamente dai primi mesi di gestazione: si mangia togliendo alla madre, si provoca alla madre per la sola “voglia” di uscire fuori, si sottrae tempo al sonno della madre per la nostra “ingordigia” di voler mangiare ogni tre ore scarse.
Forse allora l’egoismo è insito nella natura dell’uomo; ciascuno di noi nasce, cresce e muore egoista.
E si riversa tutto inesorabilmente nell’amore: sarebbe bello che qualcuno si prendesse cura di noi hanno fatto a suo tempo le nostre mamme, ma il discorso ruota sempre intorno allo stesso punto: nella coppia entrambi pretendono egoisticamente l’amore delle rispettive madri…
È un cerchio che non ci chiuderà mai o rare volte!


lunedì 8 gennaio 2018

Stanotte ho sognato mare grosso

Era una bella giornata di sole, ma molto ventosa. Siamo scesi in spiaggia e le onde spazzavano via i nostri teli distesi sulla sabbia. Il nostro arrivo in albergo era stato molto inquieto. Prima i bagagli persi in uno dei tanti ascensori, poi lo smarrimento tra i tanti corridoi per ritrovare la nostra camera. Infine noi seduti sulla moquette di quel labirinto sfiniti per la estenuante ricerca.
L’albergo era lussuoso, ma con troppi corridoi e ascensori appunto. L’ingresso era ampio. Davanti al grande bancone della hall, un tappeto persiano color rosso antico, rosso come  la passione, l’erotismo e l’amore, ma anche la violenza, la rabbia e la crudeltà. Dietro il bancone un giovane ragazzo alle prime armi da receptionist. Era abbastanza arrogante, ma ho attribuito questo atteggiamento alla sua inesperienza, alla continua e presente paura di sbagliare, che tra l’altro gli si leggeva in faccia, alla sua precarietà nonostante l’importanza del ruolo ricoperto.                        Quando siamo arrivati la spiaggia era deserta. Tanti gli ombrelloni aperti a stento a causa del vento, ma poca la gente. In un istante una folla ha riempito la distesa di sabbia e non c’era più posto nemmeno per me. Ricordo di essermi innervosita particolarmente. Nell’enciclopedia dei sogni sognare mare grosso rappresenta un profondo turbamento interiore, un animo inquieto, ma anche una vita passionale. Quel mare era di un blu spiazzante, scuro e profondo nonostante fossimo vicino la riva. Il colore blu, che tra l’altro è il mio colore preferito, rappresenta delle paure nascoste che si agitano nei meandri del nostro io più profondo.
E questa sensazione di inquietudine è confermata da quelle folate di vento aggressive che rovinavano la mia bella giornata al mare. Era tutto molto confuso, non riuscivo a comprendere quello che stava accadendo intorno a me. Quel mare così grosso, cosi in tempesta, nonostante il sole fosse alto nel cielo, mi incuteva paura, palpitazione, terrore. Ho tirato un sospiro di sollievo solo quando ad un tratto mi sono ritrovata su una nave quasi da crociera, andante su quelle onde cosi spaventose, con il vento fastidiosissimo tra i capelli e la paura che quella nave, un tratto cosi grande e un minuto dopo cosi piccola da sembrare una scialuppa di salvataggio, affondasse. Alla riduzione delle dimensioni terminava la tranquillità raggiunta  per quei pochi secondi e ricordo il mio cuore fremere dalla paura e dallo sconforto, ma allo stesso tempo ricordare la poesia del Leopardi “ La quiete dopo la tempesta” come a volermi rassicurare, nutrendo la speranza che dietro quelle onde, passato il vento e la paura, possa ritornare il sereno; in fondo il sole alto nel cielo era sempre presente proprio per ricordarmi che lui era li, che il sole non mi aveva mai lasciato e che il sole forse proprio sole non era.Ho avuto paura stanotte e mi sono più volte rigirata nel letto con la bocca asciutta. Solo appena sveglia sono riuscita a comprendere che si era trattato solamente di un sogno, ma quella realtà onirica voleva pur significare qualcosa, mi stava comunicando  ciò che il mio inconscio voleva che io sapessi. Voleva mostrarmi il mare in tempesta che senza saperlo sto attraversando, delle onde che sto cavalcando, della passione che sto mettendo in questa mia navigazione, della paura che affronto senza nemmeno rendermene conto. Stanotte ho sognato mare grosso, lo stesso mare che navigo da giorni!

venerdì 6 ottobre 2017

Benvenuti a palazzo Cruccio!

Ci sono delle date che ti segnano a vita. Giorni che sul calendario hanno le stesse caratteristiche di altri, ma che sul calendario del cuore sono scritti con l'inchiostro nero, nero come la pece, nero come la morte!
Il laccio attorno al mio cuore da mesi si è fatto ancora più stretto in questa notte gelida dove le temperature sono scese sotto lo zero come a volermi ricordare la bufera di neve che attraverso da tempo.
Le lacrime sono cadute giù a cascate fino alle prime luci dell'alba,  bagnando quel cuscino sul quale poggiavo la mia testa confusa, triste e impaurita.
Inizialmente non avevo fatto caso alla data, ma il mio calendario biologico non ha dimenticato l'anniversario e la mia anima, il mio cuore, la mia testa hanno ben pensato di dare una festa in nome di un amore finito.
Era una festa sfarzosa e anche lussuosa nonostante i colori scuri e cupi; la tristezza faceva da padrona, ma il vero protagonista era il dolore: bello, elegante, in tutto il suo splendore.
Ogni qual volta attraversava il salone del cuore, il dolore danzava, credo sulle note della Sinfonia di Dvorak Nuovo mondo, l'allegro con fuoco, ed io restavo a guardare incantata, lasciandolo prendere il sopravvento.
Dopo il primo ballo di apertura, ho fatto un giro per gli altri saloni del palazzo e il momento più inquietante è stato attraversare il corridoio dei ricordi.
In ogni parete un quadro appeso rappresentante una scena di un tempo felice, un tempo passato che mi è realmente appartenuto.
Con occhiate profonde e pungenti guardavo quei dipinti ed era come se una spada mi trafiggesse senza pietà.
Ho iniziato a correre verso il salone del cuore nella speranza di trovare un qualche appiglio di serenità, ma niente. il buio era calato in quel corridoio ad un tratto vuoto e spoglio.
Da quel momento ricordo solo lacrime, fiumi di lacrime e domande senza una risposta.

mercoledì 22 marzo 2017

Si nasce con un dono tra le dita

Ciascuno di noi è nato con in mano un dono: quello della retorica, della musica, dello scrivere, della pazienza.
Quella bambina era appena nata e aveva le mani davvero piccole, ma teneva già stretti milioni di doni, tutti diversi tra loro, ma che avrebbero fatto di lei una bimba fuori dal comune, diversa dagli altri in tutta la sua particolarità.
Quando si viene al mondo non si sa ancora quello che la vita ha progettato per noi, con cura e accuratezza e sconosciamo anche la potenza e anche la potenzialità di quei doni tra le dita. Solo dopo ci accorgeremo di quello che siamo e del perché siamo nati.
Il dono che mi affascina di più è certamente la bellezza dell’anima e non parlo di un’anima che sia felice o buona perché di buono a parte le lasagne di mamma non credo di conoscere nient’altro. Sto parlando di un’essenza ricca di sapere e soprattutto di saper fare, una spinta che dall’interno spinge verso l’agire, verso un moto il cui input è incontrollabile.
E ancora, parlo di un’anima pura, e ripeto non priva di peccati o pensieri cattivi, ma di una che con caparbia, decisione e anche speranza ha raccolto i frutti di un di un duro e interminabile lavoro di semina; ha assorbito, come una spugna, goccia dopo goccia, l’arte e ne ha fatto la sua passione e la sua voglia di vivere e di sapere.
E più passa il tempo più questa spugna sente la necessità di assorbire sempre più acqua, sempre più cultura. La spugna non sa che quell’acqua darà da bere agli assetati in un periodo di deserto sahariano, quando l’acqua in se sembrerà un miraggio causato dalla stanchezza, dalla sete, dalla voglia di tornare a casa e abbandonare quell’arduo cammino sabbioso.
Ci sono infatti periodi in cui mente e cuore sono aridi e solo la cultura potrà salvarli dalla disidratazione. Solo in quei momenti sarai in grado di tirare fuori la spugna che per tanto tempo ha assorbito, e ti disseterai sorprendendoti perché incredulo hai accumulato una tua riserva senza volerlo.
E parlerai….parlerai cosi tanto da mancarti il fiato, vomitando tutta quell’acqua che hai ingerito da farti venire “le rane allo stomaco” come direbbe mia mamma!
Sarai tu li, al centro dell’attenzione di una folla che ascolta ciò che hai da dire e il modo in cui lo dici, intratterrai e non sarai per niente noioso, ma soprattutto quell’applauso finale sarà cosi assordante da farti sorridere. E quei denti bianchi, incorniciati da labbra rossissime, saranno lo specchio dei tuoi occhi scintillanti e sussurreranno un grazie rivolto non alla platea, ma a te stessa e ai tuoi genitori che in fondo hanno sempre creduto silenziosamente in te.
Ma questo è solo il sogno di una studentessa soddisfatta dei suoi interventi universitari e pura idealista, convinta che un giorno realizzerà questo sogno e non solo!

venerdì 10 marzo 2017

Benvenuti nella giungla!

Arriva un momento nella vita in cui senza preavviso ci si ferma ad osservare le situazioni che ci circondano, e non si sa perché ma questo avviene sempre all’indomani dell’anniversario della nostra nascita. Quella candelina in più da spegnere sulla torta, riflettendoci, è un fattore cosi destabilizzante da mettere in moto pensieri esistenziali e ragionamenti che oscillano tra il filosofico, il metafisico e il reale. Iniziamo perciò ad analizzare la vita, in modo più o meno analitico, attraverso il metodo induttivo, cominciando dalla realtà più vicino ai nostri occhi per finire parlando di vita e di concetti più astratti. La prima cosa perciò di cui parla una studentessa è la propria istituzione scolastica, nel caso di specie, come direbbe un giurista, l’Università. L’università è un campo minato, una via talmente in salita che alle volte per la fatica si pensa di mollare tutto e di riprendere in mano la propria vita, troppo spesso oscurata dallo studio, dalle lezioni, dai ritmi intensi richiesti. Ma allo stesso tempo, quella che tu consideri la tua “condanna”, o forse il metodo peggiore per decidere di sopperire, liberamente scelto, risulta essere la tua gioia perché una volta indossata la corona di alloro, ogni singola fatica, attimo di stress e ogni ostacolo, cade nel dimenticatoio e come uno scalatore arrivato in cima ci si gode la meravigliosa vista. Stiamo parlando di un’università che per tutto il percorso sembra qualcosa di intangibile, qualcosa che non porterà a nulla se non ad una serie accentuata di interrogativi a cui non dare risposta. La stessa università che ad un passo dalla laurea ti propone test di orientamento alla carriera, proponendo profili individuali e personalizzati in cui emerge una attitudine manageriale caratterizzante aziende di grande spessore quali Google, Amazon, Lamborghini, Apple, tanto per fare qualche esempio. E una povera studentessa bramante di successo, fama, e prestigio finisce per illudersi nella speranza che tutti i suoi sacrifici possano riportare ad una meritocrazia, non tanto culturale e professionale quanto salariale!! Ma sappiamo benissimo che aziende come quelle citate, il cui solo nome pronunciato fa tremare la terra, non assumeranno mai neo-dottori alle prime armi e privi di esperienza. una volta concluso il capitolo “scolastico” l’attenzione è rivolta all’ambito familiare in cui ancora prima di parlare della madre o del padre, si fa riferimento alla sorella minore, considerata per l’appunto “piccola”, indifesa, incapace di affrontare il mondo esterno al guscio familiare, quindi sia universitario che lavorativo. Ma riflettendo in modo veritiero ti accorgi che quella “bimba” idealizzata nei tuoi pensieri non esiste più. È una donnina che ha deciso di lasciare il suo habitat in cerca di opportunità per la vita, decidendo di sopportare in silenzio la lontananza, le festività mancate, la perdita di sonno per i turni di notte, la sveglia fissa ogni mattina alle 04:00. E confrontando la tua situazione con la sua capisci che in fondo la vera piccola sei tu perché raggiungi la consapevolezza che nella vita hai solo fatto l’essenziale, l’indispensabile con cui hai costruito nel tempo un finto orgoglio. Capisci di essere grande quando ti accorgi che è cambiato il rapporto con i genitori, quando ormai semplici domande come “come stai, che fai, cosa pensi” risultano obsolete, superate, anche superflue, ma non per te. Quando per ogni cosa da fare per cui chiedi, anche indirettamente, un consiglio ti si dice “fai tu”, come a voler significare ormai devi essere e sei solo TU. Essere grandi ha i suoi pro e i suoi contro e solo con il passare del tempo si riesce a cogliere ogni singola sfumatura di entrambi, e se da un lato si soffre per la perdita dell’ala familiare, dall’altro si inizia ad apprezzare ed amare il senso di libertà, una libertà che tutti bramano, ciascuno a proprio modo: c’è chi parla di matrimonio, chi di convivenza, chi di partenze senza un ritorno. Tutti e dico tutti però cercano di seguire questa libertà forse perché ad un tratto della vita ci si rende conto che i canoni fino a quel momento seguiti, perché imposti o perché da tradizione, non rispecchiano più la vera essenza di quello che è diventato il tuo pensiero. Magari quegli stessi ideali cosi sacri anche a te si sono trasformati in demoni interiori cosi potenti da non farti dormire la notte. Ma questa è un’altra storia! Essere grandi significa sfidare la paura soprattutto quella di essere criticati per ogni singolo gesto e pensiero, per ogni singola azione e parola. Significa sfidare gli altri costantemente e controllare con meticolosità ogni segno di punteggiatura e accezione delle parole per evitare di essere fraintesi ed offendere gli altri anche senza volerlo, anzi senza nemmeno averlo pensato minimamente. Essere grandi significa destreggiarsi tra gli innumerevoli diverbi che si creano con le persone, discussioni più o meno significative; difendersi dalla cattiveria insita in ogni singolo uomo, essere pronti ad attaccare per attutire meglio i colpi, essere pronti ad affrontare quotidianamente milioni di cause civili e penali (metaforicamente parlando), destreggiandosi come un abile avvocato in aula, facendo valere la propria ragione, argomentando la propria tesi e confutando quella dell’altra parte. Essere grandi perciò significa ricevere il benvenuto in una giungla di belve feroci, luogo di odio e amore dove in ogni stante si è chiamati a scegliere, correttamente e a volte anche opportunisticamente, in modo tale da non diventare facile preda di una di quelle belve, e perché no, provare a guadagnarsi anche un ruolo tra di esse, diventandone parte integrante. E se per certi aspetti tutto questo può sembrare orribile, comunque ottenere il pass per la giungla significa aver raggiunto un certo grado di autorità e di carattere che ti permetta di essere considerato abbastanza forte da saper lottare e abbastanza corazzato da poter sopravvivere!

mercoledì 18 gennaio 2017

Il mio dialogo con il vento

Avvolta da un mantello di nubi, seduta su questo scoglio, vedo ciò che è rimasto mi si stringe il cuore.
Osservo quello che è rimasto dopo il passaggio dello tsunami ed è terrificante comprendere come tutto possa cambiare nell'arco di poco tempo.
Quel porticato a ridosso del mare era tutto per me e adesso non c'è più!
Il legno putrido, spaccato, continua a sgretolarsi portando con se quelle minime parti rimaste miracolosamente intatte.
Chiudo gli occhi ed è come se lo vedessi ancora li, in tutto il suo splendore.
Era una piattaforma di legno scuro, poggiata sulla duna di sabbia.
Un legno pregiato scelto con cura e pagato a peso d'oro perché volevo che fosse tutto impeccabile. Al centro di questa piattaforma un gigantesco letto matrimoniale, con un materasso bianco di pelle per distendermi in quelle giornate calde, ed essere baciata dal sole e della brezza del mare sospinta dal vento. Era il mio rifugio anche in quei pomeriggi in cui il tempo ombroso e cangiante infondeva in me tristezza e malinconia e lo stesso vento trasportava paure, nuove ma soprattutto vecchie.
Un porticato che fungeva da tetto, da focolare, forse anche da mamma per ripararsi e sentirsi al sicuro!
Ai lati delle tende anch'esse bianche sospinte in alto dalle raffiche di vento, a volte tenue, a volte violante. Erano una forza della natura perché si piegavano ma non si spezzavano. Mai uno strappo, mai una ferita apparente.
Rimanevo ore e ore a oziare su quel materasso, godendo del panorama mozzafiato che si prospettava davanti ai miei occhi.
Mi piaceva trascorrere li i miei pomeriggi perché finii per parlare con quel vento e alle volte avevo anche la sensazione che mi rispondesse. Mi capiva, mi lasciava spazio per intavolare discorsi a volte banali, a volte profondi come quelli sul senso della vita, la mia in particolare.
Lui soffiava e io rimanevo li ad ascoltarlo perché tutto ciò che percepivo sapeva di saggio, di intelligente e interessante.
Il vento era la mia famiglia e sapeva strattonare la mia anima, il mio cuore e anche la mia mente.
E non esitava a rimproverarmi anche con tono abbastanza deciso e duro come quello di un padre, quando mi perdevo in insulti pensieri fallimentari o in qualche ragionamento poco maturo per la mia età e la mia intelligenza.
Un giorno però ha smesso di venirmi incontro. Ero li ad aspettarlo con la felicità nel cuore e la voglia di trascorrere il pomeriggio con lui, raccontando la mia serenità e la mia vita che ad un tratto sembrava andare per il verso giusto.
Ma lui non c'era….soffiava ma non nella mia direzione. Non era li ad attendermi, anzi mi trattava come se non fossi proprio presente.
Dialogava con il mare e mi lasciava indifferente.
Senza nemmeno sospirare capii di essere di troppo e, voltandomi più volte, girai i tacchi e tornai da dove ero venuta.
Passarono i giorni e stentavo a tornare al mio porticato. La delusione era stata talmente tanta che preferivo rimanere nella mia solitudine, versando lacrime interiori per non essere vista da alcuno e godendomi quegli attimi di felicità che si prospettavano dopo tanto tempo.
Passerà mi ripetevo…. Tornerà a soffiare per me e a scompigliarmi i capelli come la carezza di un umano.
E intanto in ogni gesto le sue raffiche erano sempre presenti e destabilizzavano le miei giornate, i miei pensieri, i miei sentimenti.
Si era offeso perché avevo fatto una scelta diversa da quella che lui si sarebbe aspettato da me. Era indifferente perché deluso e io mi comportavo come uno specchio, ricambiando la stessa indifferenza, e apparendo poco interessata.
Mi mancava… era un vuoto inesorabile, ma la parte più egoista di me diceva “non ti curar e passa”. Pensa a te stessa, al tuo momento sereno, ma non ce la facevo. Fingevo di dar retta all'egoismo, apparivo io stessa egoista, ma non era cosi.
Oggi, all'indomani dello tsunami mi sento io la vera catastrofe naturale.
Vorrei tornare indietro, molto indietro nel tempo, fino all'attimo prima di ideare la mia palafitta e bloccarmi esattamente li.

Vorrei non aver mai dato vita a questo progetto, vorrei tornare indietro, ma indietro non si torna e avanti… be senza la spinta del vento io non so andare avanti!

venerdì 9 dicembre 2016

Ci aspetteremo in milioni di altri amori

Leggo e ripropongo.

"Entrerò nei tuoi pensieri ogni tanto, probabilmente accadrà fino all'ultimo, come tutte le cose impossibili che si legano al vento che soffia nel cuore.
Poi mi spegnerai per dedicarti alla tua realtà, ma ci ritroveremo ancora in qualche sogno, in qualche flashback di passato che riaffiora dalle cose che fanno ruggine e che scorgerai ancora brillante, come un anello che non ha mai perso la sua lucentezza iniziale a dispetto del tempo.
Tu lo rimetterai al dito per ripercorrere incontri, stazioni, aeroporti, magie.
Ti scorrerò nelle vene in quel momento cosi forte da farti sembrare impossibile che io possa entrare come mare nel tuo corpo.
Ti accorgerai che la bellezza fa male, che tutto ciò che è troppo forte spinge sul petto e può far soffocare, dilaniare la carne quando debole si è arresa ad un facile addio.
Siamo morti insieme senza saperlo, per questo vivremo ognuno altrove.
Le visioni si mescoleranno alla realtà e immagineremo adulti i bimbi mai avuti, cresciuti nel pensiero senza noi.
Forse l'amore non basta, non si può stare bene insieme, non si può stare bene senza. [...]
Ci aspetteremo in milioni di altri amori per smettere di pensarci.
Faremo l'amore con corpi senza anima per scambiarcela ancora una volta e io realizzerò tutti i miei sogni, tutti quelli per cui basterà il mio impegno e mi mancherai accanto, quando stupidamente mi volterò tra la folla sperando di vedere il tuo sorriso illuminare di presenza un giorno disperato."

(Massimo Bisotti)

mercoledì 30 novembre 2016

La danza del dolore

Quando si tocca il fondo si avverte inesorabile il bisogno di riemergere in qualche modo, di risalire da quel dolore che per troppo tempo ti ha schiacciata.
Ma davanti agli occhi si innalza solamente una montagna e impauriti si rimane con il naso in su a guardare quell'altezza insormontabile.
Un giorno poi, d'improvviso, arriva quella forza tanto auspicava che permette di rialzarsi ed intraprendere il sentiero che conduce al di la della montagna, con il sentimento del combattente, emozionato e adrenalinico per quel che potrebbe accadere.
Dopo giorni di cammino su quel pendio cosi irto, cosi roccioso, cosi difficoltoso, giunge la stanchezza e inevitabilmente ci si siede a metà percorso per recuperare le forze.
Sfiniti e anche un po' scoraggiati, ci si accascia al suolo, sdraiati sull'erba umida, con le mani incrociate dietro la nuca e gli occhi al cielo azzurro.
La mente vaga come le nuvole spinte dalle gelide raffiche di vento e i ricordi affiorano come lame.
Nel frattempo nel corpo borbotta quel magma di rabbia maledetta, fatto covare per troppo tempo nel silenzio dei pensieri strazianti.
Questo cammino era stato intrapreso in una mattina qualunque, non curante della data segnata dal calendario, ma ci sono giorni che anche se hanno le stesse caratteristiche di altri, sul calendario del cuore sono scritti con l'inchiostro nero, nero come la pece, nero come l'oscurità.
Un calendario biologico che non dimentica gli anniversari.
È allora che il laccio del tuo cuore si fa sempre più stretto e gela il sangue nelle vene in sincro con il calo improvviso della temperatura esterna, come se anch'essa si stesse impegnando a ricordarti la bufera di neve che la tua anima sta attraversando.
Un forte dolore al petto, poi … lacrime a fiumi che bagnano l'erba già umida, la stessa sulla quale poggi la tua testa confusa, triste e impaurita.
Per l'occasione l'anima, il cuore e la mente pensano bene di dare una festa per celebrare la ricorrenza.
Una festa in stile “emo”, con colori scuri e cupi e la tristezza a far da padrona, ma il vero protagonista è il dolore, in tutto il suo splendore.
Ogni volta che attraversa il salone del ricevimento, il dolore danza maestoso e spavaldo e non ti resta che assistere al saggio, lasciandolo prendere il sopravvento.
Ogni passo, ogni movenza è un ricordo dei momenti tristi ma soprattutto di quelli felici e la loro vista fa tremare il pavimento, come un terremoto di massima intensità.
Sta calando la sera, lo spettacolo continua, ma dovresti affrettarti a riprendere il cammino per trovare un riparo per la notte, ma immobile decidi di rimanere a goderti lo spettacolo, doloroso ma carico di significato, anche a rischio di rimanere a dormire fuori, nonostante il freddo, sotto un manto di stelle.
Il balletto ti ha letteralmente drogata e nonostante il male procurato non puoi farne a meno.
Al momento le tue pile sono scariche e non hai voglia di cambiarle e riprendere il cammino.

Forse un giorno lo farai, per ripartire come prima, più di prima, ma quel giorno non è oggi.

giovedì 17 novembre 2016

Quel nemico del mio tempo

Il tempo. È il nemico giurato di tutti noi esseri umani. È nemico del ritardatario, di colui che deve concludere un contratto, dello studente in piena sessione d' esami, ma soprattutto è un nemico in amore.
Chiunque, me compresa, ha paura del tempo perché porta con se il cambiamento e non sempre questo è piacevole.
I ragazzi non vedono l'ora che passi questo benedetto tempo per scoprire tutto ciò che la vita ha in serbo per loro. Scoperte, vite da vivere, lacrime ma anche sorrisi; i vecchi invece lo temono perché più passano le ore più sentono alle loro spalle l'ombra della morte, l'unica che il tempo se lo porta via e lo seppellisce per sempre.
I giovani hanno minuti da perdere dietro stupide cose che a quell'età sembrano talmente di vitale importanza da tralasciare ciò che lo è nella realtà. Gli anziani invece non hanno un minuto da perdere e cercano di viversi al massimo quei 1440 minuti del giorno senza dormire, senza fermarsi un secondo perché per quello ci sarà un'eternità.
Alle volte fisso i miei nonni perché sul loro volto è impresso il trascorrere del tempo. Le rughe, le imperfezioni della pelle, le mani che tremano, la schiena curva per i troppi anni di lavoro.
E se da un lato rido, dall'altro avverto una fitta al cuore perché in loro non c'è alcun tempo.
È come quando leggi un libro che ti è piaciuto cosi tanto e ti ha fatto anche emozionare da non voler giungere alla fine, ma ad un tratto ti accorgi che ti rimangono solo pochi fogli prima della copertina finale.
Ma io non voglio giungere al termine e soprattutto non lo voglio con il rimpianto di non aver fatto abbastanza, di aver vissuto con l'angoscia nel cuore, ma soprattutto di non aver amato.
E mi domando come facciano gli uomini a rimanere inermi davanti al trascorrere del tempo. Dapprima decantano progetti di vita più o meno imminenti: lavoro, matrimonio, figli; tutto entro una scadenza precisa, come quella indicata sulle bottiglie del latte.
Poi ad un tratto si dimenticano di tutto questo e vivono così, allo sbaraglio, con l'orgoglio che gli impedisce di vivere i fatidici minuti della giornata.
Io ho paura del tempo e non me ne vergogno. Lo temo perché cambia e plasma. Lo temo perché può essere la nave della speranza, ma può anche essere il Titanic, e tutti conosciamo il suo destino.
Il tempo è amico e nemico e in pochi secondi ti ritrovi a cambiare i tuoi baci nei suoi confronti in cazzotti carichi di rabbia e dolore per l'averti portato via un caro, un familiare, il tuo amore!
E non puoi prendertela con nessuno perché il tempo è come un treno, viaggia dritto sui binari, seguendo il suo itinerario e devi essere tu bravo a salirvi su, aspettandolo puntuale alla tua fermata.


lunedì 14 novembre 2016

The big Kahuna

Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto.
E in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte
e che aspetto magnifico avevi!
Non eri per niente grasso come ti sembrava.
Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa' una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta!
Non essere crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti.
Non perdere tempo con l'invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro.
La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.
Se ci riesci veramente, dimmi come si fa...
Conserva tutte le vecchie lettere d'amore,
butta i vecchi estratti-conto.
Rilassati!
Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.
Prendi molto calcio.
Sii gentile con le tue ginocchia,
quando saranno partite ti mancheranno.
Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no.
Forse divorzierai a quarant'anni.
Forse ballerai al tuo settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso,
ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse,
come quelle di chiunque altro.
Goditi il tuo corpo,
usalo in tutti i modi che puoi,
senza paura e senza temere quel che pensa la gente.
E' il più grande strumento che potrai mai avere.
Balla!
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza:
ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori,
non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli,
sono il miglior legame con il passato
e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.

Renditi conto che gli amici vanno e vengono,
ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita,
perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant'anni, sembreranno di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell'accettare consigli,
ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia.
Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio,
ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte
e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio... per questa volta